Ustoso

MACELLI#10 – BRANDS: LA REGIONE BIPOLARE

Sono stati giorni complicati
e non è detto che i prossimi saranno migliori. Proviamo a mettere in fila i fatti, limitandoci a quello che è successo nelle Marche.
Lunedì pomeriggio
il governatore Luca Ceriscioli convoca i giornalisti perché ha un’ordinanza pronta per isolare le Marche a causa del coronavirus. Nel mentre, telefona il premier Conte che gli dice di non fare niente perché, il giorno successivo, il governo ha intenzione di concordare con i vari governatori un protocollo il più possibile valido in tutto il paese.
Martedì mattina,
dunque, Ceriscioli si collega con il governo e gli altri presidenti di regione. Tutti insieme decidono una linea comune e mettono al bando le iniziative autonome.
Martedì pomeriggio,
in maniera del tutto autonoma, Ceriscioli firma un’ordinanza draconiana in cui si chiudono scuole, musei, cinema, teatri e si vietano le «manifestazioni pubbliche». In tutto questo, per gli unici veri soggetti a rischio (gli anziani) non c’è nulla di nulla di nulla.
Martedì notte
si registra il primo caso di coronavirus nelle Marche, a Pesaro. Poco dopo il consiglio dei ministri annuncia la sua intenzione di impugnare l’ordinanza di Ceriscioli.
Mercoledì non succede niente, in sostanza.
Si ride un po’ di Ceriscioli, qualcuno lo difende, tanti altri no. La sua mossa da cuor di leone riscuote consensi soprattutto a destra. Una cosa succede, in realtà: i vescovi decidono che fino al termine dell’ordinanza sono sospese le messe. Una mossa passata in sordina ma senza precedenti, manco ai tempi della peste nera. Ok, succede anche dell’altro: due presunti casi, uno a San Benedetto e uno a Monteprandone, agitano gli abitanti del Piceno, ma nel giro di qualche ora verrà fuori che i tamponi analizzati sono negativi.
Giovedì pomeriggio
il Tar sospende l’ordinanza di Ceriscioli.
Giovedì all’ora dell’aperitivo
Ceriscioli emana una nuova ordinanza. I contagiati adesso sarebbero sei, ma cinque forse non lo sono, comunque c’è un sacco di gente – pare novanta persone in tutte le Marche – in «isolamento volontario».
Giovedì all’ora di cena
Ceriscioli annuncia che non si ricandiderà a maggio e che ha chiesto di farlo al posto suo al sindaco di Senigallia Maurizio Mangialardi.
Cinque anni a dormire,
a prendersi gli accidenti dei terremotati (per i quali non ha mai alzato la voce come negli ultimi giorni), a farsi contestare ovunque per una riforma sanitaria poco meno che disastrosa e poi in meno di una settimana, Ceriscioli – per alcuni ormai «il Cè» – sfodera l’artiglieria, mette alle corde il governo, scatena il panico, la spunta e poi annuncia il suo addio.
Devo dire, comincio ad ammirarlo Ceriscioli. E se non lui, la sua evidente locura.


Mario Di Vito