MACELLI #3 – Come si cambia per non morire (Un anno e mezzo alle elezioni comunali)

In politica i tempi sono tutto.
Una cosa può essere giusta – talvolta addirittura sacrosanta – ma farla troppo presto o troppo tardi vuol dire andare incontro a un fallimento certo. È per questo che scoprirsi adesso sulle elezioni comunali in programma per la tarda primavera del 2021 è rischiosissimo: dire oggi che si vuol fare il sindaco di San Benedetto significa condannarsi a un anno e mezzo di Forche Caudine con la concreta possibilità di non farcela per logoramento.

Nel 2016 l’allora assessora alla Cultura Margherita Sorge sembrava dovesse essere la candidata del centrosinistra per il dopo Gaspari. Il suo problema era che da almeno quattro anni tutti avevano capito che lei stava puntando al bersaglio grosso e cominciò così un’opera di sfiancamento che tra l’altro riuscì alla perfezione: alle primarie, infatti, la Sorge arrivò addirittura terza, dietro ad Antimo Di Francesco e al redivivo Paolo Perazzoli. Entrambi, per la cronaca, avevano palesato la propria volontà di correre per viale De Gasperi solo pochi mesi prima delle elezioni (e delle primarie).

Questa storiella dovrebbe insegnare qualcosa ai tanti autocandidati di questo periodo.
Partiamo da un principio base:
San Benedetto vota a sinistra tanto quanto Ascoli vota a destra. Ne consegue che se il centrosinistra va unito, facilmente vince. Non è un giudizio, è un dato di cronaca e qui il clima nazionale non c’entra niente: in una città di 50mila abitanti i voti si possono tranquillamente contare uno per uno. Sempre nel 2016, infatti, il centrosinistra al primo turno prese più del 50%, con il candidato sindaco Perazzoli che si fermò qualche punto sotto e poi perse al ballottaggio. Perse perché il centrosinistra si era spaccato (senza entrare in questioni archeologiche: la battaglia tra lui e Gaspari fu sanguinosa, do you remember?) e nell’uno contro uno del secondo turno un particolare del genere è fatale.
Che vuol dire questo? Che per vincere il centrosinistra deve trovare qualcuno che più o meno vada bene a tutti. Non un leader: questi non sono tempi per personaggi del genere, magari bravi, magari trascinanti ma sicuramente divisivi. Piuttosto servirebbe un buon gregario, qualcuno con una certa capacità politica ma che negli anni sia anche riuscito a non inimicarsi nessuno.
Più facile a dirsi che a farsi.
Domenico Pellei può contare su una solida militanza nell’Udc:
opposizione a Gaspari tra il 2011 e il 2016 (pur senza mai esagerare negli attacchi), coalizione con Perazzoli nel 2016 e adesso all’opposizione di Piunti. Lui vorrebbe tanto fare il sindaco e nelle ultime settimane ha cominciato a costruire una tela di contatti con i portatori di voti sambenedettesi.
La riuscita dell’impresa è incerta: per molti di sinistra, Pellei ha posizioni difficilmente accettabili su tutto quello che riguarda i diritti civili, anche se molti comunque sottolineano il suo impegno sui temi sociali. Cose su cui, insomma, si può arrivare a una sintesi. Il suo problema serio? È uscito allo scoperto troppo presto. Non puoi far sapere a dicembre del 2019 che a giugno del 2021 vuoi candidarti a sindaco, perché fai la fine del toro alla corrida: talmente tanto picchettato che al confronto col torero ci arrivi esangue ed esausto.
L’altro nome che gira è quello di Paolo Canducci. Avvocato, ex assessore verde con la giunta Gaspari (per due mandati) e da cinque anni opportunamente fuori dai giochi. Visto che il tema ambientale sembra star diventando fondamentale a sinistra, il suo potrebbe essere un profilo giusto. Anche qui, però, abbiamo il problema di cui sopra: è troppo tempo che si sa che Canducci vorrebbe fare il sindaco.
Altro dettaglio: a torto o a ragione – più a torto che a ragione – Pellei viene considerato un uomo di Perazzoli mentre Canducci è definito un uomo di Gaspari. Il risultato? Difficile a dirsi, ma sembrerebbe logico che si finirà con il ripiegare su un terzo profilo.
Chi?
Bella domanda. C’è Fabio Urbinati che pure farebbe volentieri il sindaco di San Benedetto, ma il suo carattere non appare quello giusto per unire la coalizione e poi, anche qui, le sue intenzioni sono note da anni. E allora? Il Pd ha Claudio Benigni, segretario di Porto d’Ascoli, ex capogruppo, lunga esperienza politica e nei quartieri, da cinque anni senza un ruolo istituzionale. Oppure qualcuno mormora il nome di Stefano Stracci, ex sindaco di Monteprandone, eterno astro nascente. Infine c’è chi invoca il papa straniero: un non politico di alto profilo, un tipo di candidato che si ricerca spesso ma che si trova raramente. Una donna forse? Ah, saperlo.
A destra per ora osservano.
L’unica certezza è che Pasqualino Piunti verrà ricandidato.
D’altra parte è l’unico che sin qui ce l’ha fatta e l’unico che potrebbe farcela di nuovo. La (sua) speranza è che nella sua maggioranza i consiglieri abbiano guadagnato preferenze e non le abbiano perse in questi difficili primi quattro anni di amministrazione. Una scommessa. Anche perché nel 2016 la vittoria arrivò non tanto per un’implacabile avanzata da invincibile armata, quanto grazie alla volontà apertamente suicida del centrosinistra.

Mario Di Vito