Ustoso

MACELLI #2 – A CHE PUNTO SIAMO CON L’OSPEDALE

In cui non vi si dice se sia giusto o no fare l’ospedale unico, ma in cui vi si spiega chi vi vuole fregare e come

La sanità è il tema politico per eccellenza. Bisogna sempre diffidare di chi parla di questo tema premettendo di essere apolitico: magari lo si dice in buonafede, ma resta una sciocchezza. L’idea che si ha di come debba essere fatto e debba funzionare un ospedale è un indicatore chiarissimo di come la pensa una persona in generale.

Da qualche tempo, l’avrete notato tutto, la città pullula di striscioni in cui si parla di difesa del Madonna del Soccorso, minacciato da una tanto presunta quanto imminente chiusura per fare spazio al cosiddetto ospedale unico, da realizzare più o meno a metà strada con Ascoli. Da una parte ci sono i contrari che accampano dati, discettano sulla malafede dell’amministrazione regionale, esibiscono testimoni di infernali esperienze al pronto soccorso per dimostrare che lo smantellamento dell’ospedale di San Benedetto è già realtà. Dall’altra abbiamo i favorevoli che accampano dati, discettano sulla malafede delle amministrazioni comunali di Ascoli e San Benedetto, esibiscono pareri di medici che parlando dell’ospedale unico come di una impellente necessità.

 

Sapete che c’è? Hanno un po’ ragione e un po’ torto entrambi. Se avete avuto la pazienza di seguire il dibattito negli ultimi mesi, un’idea ve la sarete già fatta. Tuttavia, una raccomandazione: non fatevi prendere da attacchi di campanilismo né da entusiasmi per il futuro che avanza (o avanzerebbe).

Partiamo da un dato di realtà: il Madonna del Soccorso è in una posizione davvero infelice. L’ingresso è nel punto più stretto della Statale e spesso questo è un bel problema per le ambulanze. Aggiungiamo pure che, per un abitante di Porto d’Ascoli, potrebbe essere più semplice raggiungere il Mazzoni di Ascoli che l’ospedale di San Benedetto.

Senza entrare nel merito dei dati degli uni e degli altri – diamo per scontato che siano tutti veri o tutti falsi, è uguale –, qualcosa bisognerà fare.

Cosa? E qui, signore e signore, si scateni pure il caos.

Spostare un ospedale è un’operazione fantascientifica, molto più semplice costruirne uno nuovo. Sì ma dove? A Monteprandone. No, a Pagliare. No, nell’area Brancadoro. Anzi, alla Sentina. Meglio, facciamolo direttamente in mezzo al mare. Purtroppo il tema va a sbattere con la campagna elettorale permanente – vera cifra politica di questo momento italiano – e con la campagna elettorale imminente per le regionali.

L’amministrazione del Pd ha puntato molto sulla riforma sanitaria, ma a conti fatti ha scontentato tutti. Venire in pompa magna a inaugurare cosette è un rituale che ha del ridicolo. E infatti ai tagli del nastro non c’è mai «la gente», ma soltanto i diretti interessati, qualche medico e qualche infermiere di contorno. E i giornalisti, immancabili.

Dall’altra parte, la destra è in sé contraddittoria: ad Ascoli dicono che l’ospedale unico va fatto, sì ma ad Ascoli. A San Benedetto dicono che l’ospedale unico va fatto, sì ma a San Benedetto. E le amministrazioni sono dello stesso colore politico. Si parleranno tra loro?

Lo sapete tutti che fino a poco tempo fa TUTTI erano a favore dell’ospedale unico? Destra, sinistra, centro, città, paesini, borghi, quartieri, tifoserie, medici, infermieri, pazienti, passanti. TUTTI QUANTI.

È evidente che il tema è strumentalizzato: ormai non si fa più politica esponendo le proprie idee, ma cercando di dimostrare che le idee altrui sono irrealizzabili o direttamente criminogene. Sembra sia impossibile avviare un dibattito normale basato su concetti importantissimi come la libertà di cura, la qualità dell’offerta sanitaria, l’efficienza delle strutture. Cioè, sono cose che si dicono ma nessuno ci crede davvero, né probabilmente sa di cosa si sta parlando. L’importante è blastare l’altro, fargli fare una figura di merda, cercare di succhiargli consenso.

Un consiglio da cronista: più che guardare alle letali chiacchiere dei politici, guardate come vengono ripartiti i fondi tra sanità pubblica e privata. Non solo nelle Marche: guardate come si fa nelle regioni amministrate dalla sinistra e come in quelle amministrate dalla destra. Cercare di capire se ci siano differenze (e, nel caso le trovaste, fatemelo sapere). La verità è che la nostra classe politica, tutta, non vede più la sanità come un bene comune irrinunciabile, ma come un business, qualcosa con un bilancio da far quadrare. È anche una questione linguistica: perché chi va in ospedale non viene più chiamato «paziente» ma «utente»? Perché le persone non vengono trattate come tali ma come clienti da soddisfare?

Ustoso

Non fatevi fregare, la battaglia non è per l’ospedale, ma per la vostra salute.

 

 

Mario Di Vito

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